Archivio per la categoria ‘Arte’

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Un santo con la coda

29/03/2012

Micro-intervista a Luigi Presicce
a cura di Paola Teresa Grassi

Non riesco a credere di non averne mai incrociato il percorso in tredici anni passati, da lui, salentino, nella mia città, quella che non nomino più.
È capitato a Lecce, con Atto unico sulla morte in cinque compianti, il tableau vivant che ha realizzato con i costumi di scena originali di Carmelo Bene in occasione delle recenti celebrazioni. Impossibile avvicinarlo in presenza, lo interrogo via mail dopo averne approfondito l’estetica con una lunga e contemplativa visita del suo atelier virtuale. Ecco le risposte.

Iniziamo dalla performance nella chiesa sconsacrata di San Francesco della Scarpa, è andata come te l’eri immaginata? È diventata altro? Ti ha restituito qualcosa che non prevedevi?

Vedere qualcosa che fino a un momento prima hai solo immaginato, che si realizza nelle sue forme, è qualcosa che ha a che fare con l’idea di epifania. Il pensiero che si concretizza, prende forma e vive fuori dalla testa, visibile a tutti. Questo ha già del meraviglioso. Su altri piani e nello specifico, credo che i ragazzi siano stati sorprendenti nel loro modo di apprendere quello che gli ho comunicato, questo ha reso tutto più fluido e naturale, non mi aspettavo tanto, mentre della grandezza di Elena al piano e Maurizio alla chitarra sono sempre stato convinto. Nel mio lavoro posso cambiare tutto fino all’ultimo minuto, ma non c’è niente di improvvisato.

Il tuo lavoro è ricco di una simbolica manifesta, come vive, nel tuo mondo di dentro, la dimensione del simbolo? E come avviene la traversata nei territori del concetto?

Il simbolico è la digestione del sapere. Io compongo solo una scena dove tutto convive nell’armonia, il lavoro di scrematura è stato già fatto dentro, questo è il metodo.

Che cosa accade quando vedi il tuo agire performativo diventare una immagine? Il muoversi tra due diversi tipi di Logos, l’azione teatr/artistica, ad esempio, e il congelamento in una fotografia, lo definiresti un evento trasformativo?

La mia ricerca sulla bellezza si esprime attraverso la performance, qui cerco armonia e logicità. La mia idea di coinvolgimento del pubblico si ferma a soli due spettatori, preferibilmente bambini, tutti gli altri sono costretti a guardare la documentazione fotografica o video dell’accaduto, ma già questo non mi riguarda più, è affidata ad altri. Cerco solo di archeologizzarmi, ma sicuramente sto sbagliando qualcosa, che a breve risolverò.

Ti definisci un artista anacoreta. Che cosa intendi? Se penso alla tua opera non riesco a non immaginare la tua anacoresi come una pratica anche quotidiana, la necessità di una disciplina. Intendo correttamente?

Mi definiscono in milioni di modi, ma solo perché non sono definibile. Certo ci vuole molta disciplina e il mio essere laterale alle cose mi fa un po’ lupo un po’ San Francesco. Un santo con la coda.

Ti va di anticipare qualcosa sui tuoi futuri lavori? Tornerai in Salento? Adesso vivi a Roma… in che cosa sei impegnato?

Sono semplicemente in residenza al MACRO per questo ora abito a Roma (fino a fine maggio), la mia casa è a Firenze e a Porto Cesareo, dove torno molto spesso anche per realizzare gran parte delle mie performance, non potrei farne a meno. I miei futuri progetti mi porteranno in Norvegia e in Svezia subito dopo l’estate e in Australia l’anno prossimo. Per ora questo, altre cose le sto definendo in questo periodo…

Foto di Luigi Negro ©

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Fantasioso realismo

14/12/2010

di Paola Teresa Grassi

Ci tenevo, prima di concludere le trasferte trentine, a vedere questa mostra, la prima italiana e museale dedicata all’artista americana Dana Schutz, rappresentata negli Stati Uniti dalle newyorkesi Zach Feuer e Saatchi Gallery. La selezione di tredici tele è allestita all’ultimo piano del MaRT, nelle ultime due sale di un percorso che coinvolge un’altra esposizione dedicata ai più significativi progetti architettonici museali dell’ultimo decennio. Sentiero un po’ iperbolico che, tuttavia, vale la pena di essere attraversato per incontrare al fine l’inconfondibile gesto che produce vocianti corpi impegnati in azioni grottescamente violente. La giovane pittrice, nata a Livonia, Michigan, nel 1976, cresce nella periferia di Detroit, dove coltiva un immaginario cartoon che, fin dall’inizio, non riesce a non registrare e restituire il senso di una spensierata brutalità. L’uso di colori accesi e di audaci ma tecnicamente impeccabili contrasti, produce una tonalità allegra, se non comica, che non riesce a non tradire una qualche intima esperienza di ciò che è limite, fino a diventare riconoscibile impronta. Ecco dunque palesarsi un mondo di fantasia abitato e insieme ferito da creature ingenuamente crudeli, auto-divoranti, come quelle viste nel 2004 in una personale parigina allestita presso la galleria Emmanuel Perrotin: ignote identità urbane impegnate in azioni compulsive o autolesionistiche, inquietanti eppure umoristiche bulimie e ossessive consuetudini che non intendono trascinare in un qualche regno fantastico o delirante, ma tengono vivacemente agganciato lo sguardo dell’osservatore a ciò che accade fuori, nel tempo presente. L’apparente espressionismo, in effetti, ad una più attenta contemplazione, e facendo attenzione ai dettagli, sapientemente gestiti con un delicato uso dell’olio, diventa intrigante realismo. È il caso di Swimming, Smoking, Crying, del 2009 che, oltre ogni processo metaforizzante, tiene insieme l’incongruente come nei più esilaranti cartoni animati e insieme definisce il moderno come orizzonte di virtuosi paradossi. Il catalogo di Silvana Editoriale raccoglie 30 illustrazioni a colori. Infastidisce non trovare, al bookstore della mega struttura, qualche cartolina da conservare.

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