Micro-intervista a Luigi Presicce
a cura di Paola Teresa Grassi
Non riesco a credere di non averne mai incrociato il percorso in tredici anni passati, da lui, salentino, nella mia città, quella che non nomino più.
È capitato a Lecce, con Atto unico sulla morte in cinque compianti, il tableau vivant che ha realizzato con i costumi di scena originali di Carmelo Bene in occasione delle recenti celebrazioni. Impossibile avvicinarlo in presenza, lo interrogo via mail dopo averne approfondito l’estetica con una lunga e contemplativa visita del suo atelier virtuale. Ecco le risposte.
Iniziamo dalla performance nella chiesa sconsacrata di San Francesco della Scarpa, è andata come te l’eri immaginata? È diventata altro? Ti ha restituito qualcosa che non prevedevi?
Vedere qualcosa che fino a un momento prima hai solo immaginato, che si realizza nelle sue forme, è qualcosa che ha a che fare con l’idea di epifania. Il pensiero che si concretizza, prende forma e vive fuori dalla testa, visibile a tutti. Questo ha già del meraviglioso. Su altri piani e nello specifico, credo che i ragazzi siano stati sorprendenti nel loro modo di apprendere quello che gli ho comunicato, questo ha reso tutto più fluido e naturale, non mi aspettavo tanto, mentre della grandezza di Elena al piano e Maurizio alla chitarra sono sempre stato convinto. Nel mio lavoro posso cambiare tutto fino all’ultimo minuto, ma non c’è niente di improvvisato.
Il tuo lavoro è ricco di una simbolica manifesta, come vive, nel tuo mondo di dentro, la dimensione del simbolo? E come avviene la traversata nei territori del concetto?
Il simbolico è la digestione del sapere. Io compongo solo una scena dove tutto convive nell’armonia, il lavoro di scrematura è stato già fatto dentro, questo è il metodo.
Che cosa accade quando vedi il tuo agire performativo diventare una immagine? Il muoversi tra due diversi tipi di Logos, l’azione teatr/artistica, ad esempio, e il congelamento in una fotografia, lo definiresti un evento trasformativo?
La mia ricerca sulla bellezza si esprime attraverso la performance, qui cerco armonia e logicità. La mia idea di coinvolgimento del pubblico si ferma a soli due spettatori, preferibilmente bambini, tutti gli altri sono costretti a guardare la documentazione fotografica o video dell’accaduto, ma già questo non mi riguarda più, è affidata ad altri. Cerco solo di archeologizzarmi, ma sicuramente sto sbagliando qualcosa, che a breve risolverò.
Ti definisci un artista anacoreta. Che cosa intendi? Se penso alla tua opera non riesco a non immaginare la tua anacoresi come una pratica anche quotidiana, la necessità di una disciplina. Intendo correttamente?
Mi definiscono in milioni di modi, ma solo perché non sono definibile. Certo ci vuole molta disciplina e il mio essere laterale alle cose mi fa un po’ lupo un po’ San Francesco. Un santo con la coda.
Ti va di anticipare qualcosa sui tuoi futuri lavori? Tornerai in Salento? Adesso vivi a Roma… in che cosa sei impegnato?
Sono semplicemente in residenza al MACRO per questo ora abito a Roma (fino a fine maggio), la mia casa è a Firenze e a Porto Cesareo, dove torno molto spesso anche per realizzare gran parte delle mie performance, non potrei farne a meno. I miei futuri progetti mi porteranno in Norvegia e in Svezia subito dopo l’estate e in Australia l’anno prossimo. Per ora questo, altre cose le sto definendo in questo periodo…
Foto di Luigi Negro ©


