
Quando le donne pensano
09/03/2011Per la prima volta, da che mi ricordi, la festa della donna mi ha dato modo di pensare. L’occasione, l’8 marzo 2011, è stata la giornata di presentazione e di apertura del Pink Master, un percorso immaginato da ISMO e BBLink per contribuire alla formazione di donne che condividano la comune necessità di “fare la differenza”, nelle organizzazioni e quindi per le organizzazioni, ma all’interno di un percorso che tiene insieme, facendoli dialogare, lo sviluppo di sé e la gestione della complessità. Femminilmente. Le relatrici intervenute hanno portato punti di vista differenti su una prospettiva per lo sviluppo che, per quanto già declinata in un prodotto formativo, ha fatalmente intercettato modi e temi di attualità che, ulteriormente motivanti, chiedono ulteriore pensiero. L’esperienzialità dei moduli attende che ciò accada. L’intervento di Laura Boella ha immediatamente acclarato un territorio di discorso che non teme l’impiego del termine “rivoluzione” e lo allinea, audacemente e con lo stile di chi lo pratica, al concetto di “vita quotidiana”. Il pensiero della differenza è una risorsa per la vita di tutti allorché diviene nucleo operativo non ideologico della trasformazione. Ovvero, pluralizzando, allorché le diverse ugualità femminili divengono visibili nel quotidiano, fuori dalla retorica e dai più antichi e non desueti stereotipi. Il discorso sulle emozioni, male interpretato come unico metodo per la femminilizzazione della società, o forse accontentatosi dei cerchi di autocoscienza, ha fatto arenare molti femminismi. E forse non è un caso che alcune metodiche del master nascano negli anni Settanta, il diario intensivo e il laboratorio teatrale, per ritornare a quel punto ed innovare attraverso la potenza del negativo e della distanza. La crisi dell’emancipazionismo è un punto difficile da trattare, «non annacqua», per usare le parole di Maria Giovanna Garuti, e non può non riconoscere di avere perso di vista la donna reale: l’insostenibilità del corpo e dell’anima nel tenere insieme i vari “essere (di) più”. La rinuncia è la fatica, ed è ciò che ha bloccato il movimento: per trasformare la fatica che fa fatica, che stanca inutilmente, in movente consapevole e generativo, è necessario riprendere in mano il tempo della relazione e quello della cura di sé. Sembra di intravedere una nuova epoca per il filosofare della differenza, oltre il mito del romanticismo, oltre quei fantasmi dell’immaginario che producono mostri medeici, o deliri di onnipotenza da concepimento autonomo. Le donne sono inquiete, pongono domande, mettono in discussione, non temono gli slégami. E vivono su di una frontiera ambivalente e per ciò potenzialmente molto creativa. Ecco dunque che “fare la differenza” chiede di attivare qualcosa di più della parola parlata attorno alle emozioni, ma il pensiero che pensa la relazione e l’azione, un questionamento che concerne il «che cos’è una vita vissuta da una donna piuttosto che da un uomo». Con il risultato di raccogliere quante più storie da raccontare, con un’andatura leggera, ma non effimera. Il cambiamento, inoltre, non può avvenire se si corre da sole, ma costruendo legami di realtà, il che non significa amorini d’inautentica complicità alla maniera delle odalische. La paura di lodare l’altra è talvolta l’inconsapevole negazione del gesto autobiografico. Epifanica testimonianza in tal senso, quel diversity management che, evocato da Lorena Capoccia, attesta l’effettiva esistenza di “labirinti di cristallo”, dove, ostinatamente, molte anti-Arianne perdono l’orientamento giacché non comprendono che il modello gestionale (la vita professionale) e il modello comportamentale (la vita personale) sono figli della stessa madre: l’attenzione. La competizione, che certamente non conosce confini di genere, può tuttavia, come illustra Rita Pavan, anche qui, trasformarsi, diventare altro, per esempio condividendo virtù dimenticate come la fedeltà. L’esperienza è pensiero, che diventa azione, che diventa regola: dieci per l’esattezza, quelle di Beatriz Bottner Baroni che, dopo avere conquistato tutti gli “essere (di) più”, adesso desidera solo “essere io”. E mettere a disposizione di altre le strategie elaborate in venti anni da donna in carriera. Eccone alcune: essere forte da dentro, magari con l’aiuto di un coach, alimentare la consapevolezza del proprio valore, giacché «noi ci sottovalutiamo tutte», farsi qualche regalo, e imparare a sdrammatizzare con lo humour. Coronamento impeccabile in questo senso la conclusiva performance di Lella Costa che ha cucito insieme i temi della mattinata con alcuni camei del suo repertorio. Tutto molto pensato.