Archivio per febbraio 2011

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La favola di Cymbeline

11/02/2011

di Paola Teresa Grassi

Esitante fino all’ultimo, mi dico al fine fortunata per essermi trovata in città proprio nei giorni in cui al Lansburgh Theatre di Washington andava in scena il Cymbeline diretto da Rebecca Bayla Taichmann per la Shakespeare Theatre Company. Favorita dalla programmazione anche per il fatto che, di tutte le opere di Shakespeare poco rappresentate, questa è quella cui meno di tutte viene data occasione di attendere. Ciò nonostante, non ho ancora metabolizzato l’accento americano, non di tutti, ma di alcuni interpreti. Ma chi sono io per fare la snob su questa cosa? In fondo sono una che parla un “inglese europeo”, come mi hanno fatto notare, qualunque cosa significhi, e c’è da dire che mi va già bene se qui da noi riusciamo ad incarnare egregiamente la lingua di Shakespeare nel nostro parlare qualche volta catastrofico. Comunque, alla fine, esco contenta. Il testo è come un compendio di temi shakespeariani, quasi un’opera di congedo, dove alcuni personaggi di capolavori precedenti entrano senza invito con il loro carattere dentro nomi diversi. C’è un marito, che qui si chiama Posthumus Leonatus (un “moro postumo” che vuol ridare la parola al padre della bella Ero?), il quale ha da verificare la purezza d’animo della sua sposa (che qui si chiama Imogen e accoglie in sé un po’ di amor filiale alla Cordelia e un po’ di fatuo sonno alla Giulietta, indotto da un non-frate), per vincere la scommessa con un cialtrone non così odioso come Iago e che, infatti, di nome fa Iachimo. Ci sono un re, che non vuol vedere il male che lo circonda, una regina in seconde nozze, degna in cattiveria di quella della favola di Biancaneve, e il suo fanfarone figlio di primo letto che è la versione comedy del villano/bastardo alla Edmund. E poi c’è lo “spazio verde”, una foresta alla Sherwood da qualche parte in Galles, lontano dalla romana Britannia del main plot, dove in atmosfera celtico-barbarica la piccola vittima della misogina sfida si avventura in abiti maschili. Insomma, un romance travestito da fairy tale, con qualche nota horror che fa saltare sulla poltrona dallo spavento, parlato nell’idioma del pubblico per il quale era destinato, lì e allora, domenica 6 febbraio, e quindi shakespeariano nelle intenzioni che ho condiviso con entusiasmo. Una favola della buonanotte che viene letta da un volume rilegato in pelle ad una quasi adolescente senza nome che accoglie il pubblico già nel dormiveglia e che viene narrata da quello che nel copione originale è un indovino e qui invece è una profetessa-storyteller. Tanto brava la protagonista, Gretchen Hall, e geniale la trovata dei designer di scena che, tra l’oro di corte e l’acqua del bosco, attribuiscono a Cloten come destriero non un cavallo, ma una Vespa vintage rosso fiammante!

© Photo by Scott Suchman

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Circus @ Folger

10/02/2011

di Paola Teresa Grassi

Per raggiungere la Folger Shakespeare Library esco presto dal 1808, New Hampshire Ave. e, mentre mi oriento con mappa alla mano, una pioggerella fine mi tiene vigile nel grigio inatteso di Washington. Salgo sull’autobus numero 96 che ferma proprio dietro Capitol Hill. Non c’è anima viva, solo una macchina della polizia. Scendo e mi dirigo verso il “tempio americano” della bardolatria globale, eretto nel 1932 grazie alla generosità di un illustre cittadino, l’industriale Henry Clay Folger. Ispirata da una conferenza di Emerson, Emily Jordan, la futura signora Folger, allora studentessa all’Amherst College, contagiò il marito con la sua passione per Shakespeare che è, dice, «una delle fonti dalle quali noi, gli americani, abbiamo tratto il nostro pensiero nazionale, la nostra fede e la nostra speranza». I due cominciarono la loro raccolta di materiali e per conservarla fecero costruire questo enorme edificio che amplifica in estensione un’idea monumentale di Déco molto diffusa nella capitale. Istituzione intimamente washingtoniana, ma di risonanza internazionale, la Folger non solo custodisce la più ampia collezione shakespeariana al mondo, ma è anche centro culturale ed espositivo, nonché location di un piccolo teatro elisabettiano. È qui che, sabato 5 febbraio, ho atteso, per la prima volta, a una rappresentazione de La commedia degli errori. In realtà, nell’edizione diretta da Aaron Posner, c’è da parlare piuttosto di un’inedita elaborazione familiaristico-circense del giovane copione shakespeariano. Stile preannunciato da alcune note pop anni Sessanta, che risuonano in sala mentre l’allegro pubblico pomeridiano entra disinvolto, e qualcuno addirittura canticchia. Timothy Tushingam, direttore di una immaginaria Worcestershire Mask and Wig Society, modesta compagnia che dice di vantare 250 anni di storia, con alcuni buchi temporali per un totale di 208, sale sul palco per presentarsi: dichiara di essere “arcicontento” nell’allestire proprio qui la sua peculiare versione della “favola” shakespeariana, un montaggio che definisce “Edwardian-ish/British-Mod-Rocker-ish”, qualcosa come “edwardiano-britannicamente rock-alla moda”. E che, anche se apparentemente farsesco, vuole parlare di “esseri umani che sono esseri umani nel modo migliore che conoscono per esserlo”. La storia della WMWS viene raccontata da un divertente filmatino che introduce gli attori nel dietro le quinte e durante le prove e, rimosso il telo, lo spettacolo comincia. Lo humor lascia spazio alla concentrazione e la versatilità attorale si manifesta immediatamente con la triste introduzione affidata al decano della compagnia, Nigel Proun che, nei panni di Egeone imprigionato, racconta del naufragio e dell’incrocio di destini traendo da un cappello le quattro miniature delle due coppie di gemelli. Poi esplode la comicità, che tiene incollati fino alla fine. Le esilaranti battute, qualche licenza drammaturgica, «Dromìo, Dromìo, dove sei tu Dromìo?», ma anche le toccanti riflessioni tutte al femminile e i memorabili monologhi, sono commentati dai tamburi e dallo xilofono del musicista Jesse Terrill, presente in scena truccato da clown. L’incessante avvicendarsi di “errori” coincide con un crescendo di porte sbattute: undici per l’esattezza, ognuna contraddistinta da una diversa accesa cromia, ciascuna predisposta in circolo accanto alla successiva. Le maschere disegnate da Aaron Cromie, tuttavia, definiscono la cifra caratteristica di questa produzione, “neutralizzando”, letteralmente, la presenza pensata dell’osservatore, per lasciarlo vagare e divagare in quel “forse sogno” che, ad un certo punto, uno dei due Antifoli ipotizza: quale dei due, davvero, non saprei dire.

 

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