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Fanculopensieroff

20/12/2011

Metti una domenica a Lecce …
di Paola Teresa Grassi

Se il teatro chiama la ricerca, il premio è la rivelazione. E, nei tempi di internet, l’esplorazione è oltremodo innamorante.
L’altra mattina, l’invito è arrivato via facebook da Ippolito Chiarello, straordinario narra(t)tore pensante.
Scoperto per caso, ripercorrendo la vera istoria dello show di cui ho già parlato nell’ultimo post, frammento dopo frammento, mi ritrovo dipendente dalle numerose clip che raccontano la sua carriera attorale. In teatro, al cinema, nei video e per strada, fra la gente, a recuperare l’antico contatto con il destinatario ultimo dell’azione performativa.
L’occasione, la piazza_mercato, ovvero un “non mercato in una non piazza”, nei giardinetti di quartiere attorno alla Ammirati Culture House.
Intimamente allineato al più ampio progetto che vede coinvolta la fondazione Musagetes, – restituire alla condivisione del pensiero attivo l’edificio che nel Cinquecento fu sede di una accademia filosofica, quella dei Trasformati di Scipione Ammirato, lui propone la sua personale filosofia dei “non-luoghi”.
E, come merce d’acquisto o di baratto – della trasform-azione, s’intende, predispone il suo menu di scena.
È la versione itinerante di (Fanculopensiero) Stanza 510 liberamente ispirato al romanzo [Fanculopensiero] del croato Maksim Cristan.
C’è un listino con il prezzo corrispondente a ciascun monologo e il viandante paga (in anticipo) per quello che vuole vedere.
«Comprate il mio spettacolo!», e io vado senza esitazione su La telefonata alla mamma, 6 euro. Lui si prepara, chiude bene il bavero del cappotto, alza la sciarpona di lana a proteggere la gola, e mentre ancora mi racconta del tour europeo è già dentro il testo.
Immediatamente riconosco un modo di narrare che ho già visto da qualche parte … è quel modo di evocare l’assenza di alcuni pochi maestri, quelli capaci di portare alla presenza uno e mille interlocutori con il solo controllo di corpo e parola. Ecco sì, mi ricorda il teatrare affabulante alla Marco Baliani, solo in versione salentina … radice che radica e al contempo porta lontano, «cittadini del mondo».
E, sarà un caso, ma proprio di andarsene o restare parlano i micro-testi della lista: del desiderio di partire per un altrove qualunque, lontano dalla voce che ci parla dentro, lontano dal pensiero che s’avviluppa.
L’attore che pensa maledice la riflessione, ma mi induce a compierla. E la transitoria risoluzione è che forse conviene stare almeno per un po’ dove ti capita di essere. Eccola qui la quint’essenza del barbone-pensiero, quella che tiene in piedi, oltre lo scatolone-palcoscenico, questo coraggioso barbonaggio teatrale.
Non vedo l’ora di vedere il film …

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Il futuro c’è, eccome

16/12/2011

di Paola Teresa Grassi

Emoziona entrare finalmente nello spazio leccese dei Cantieri Teatrali Koreja.
Il primo incontro? Sepolto nella nebbiolina e nel freddo pungente di una serata milanese del febbraio di vent’anni fa, al Teatro di Greco.
Lo spettacolo era Amori, e la recensione raccontava di quei cinque ragazzi che in una masseria del Salento davano vita ad un “campo culturale”. E di quel festival, Aradeo e i teatri, che qualche anno prima era nato con il contributo di poche lire da parte dei commercianti locali, e che continuava a vivere nella comune passione di viandanti del teatro. In quel medesimo terreno iniziavano ad agitare le loro radici anche i Sud Sound System, e prendeva vita attraverso di loro quel mood rivoluzionario di terra salentina che ha contribuito non poco a farla rinascere ed essere qui e ora ciò che è, oltre le mode e le tarante.
Le affinità d’anime non sono andate perdute, anzi, e a distanza di due decenni da quei primi anni ‘90 celebrano la loro attualità.
In una nuova epoca di insicurezza fare futuro insieme è quanto mai un’esigenza. Ecco dunque per due serate un cameo di stagione: come a dire che, adesso come allora, «noi, per il momento, non ci arrendiamo». È Acido fenico. Ballata per Mimmo Carunchio, camorrista, andato in scena per la prima volta nel 2001, esordio drammaturgico per Giancarlo de Cataldo su invito amicale di Salvatore Tramacere che ne cura la regia.
Fabrizio Saccomanno interpreta il ruolo che dieci anni fa fu di Ippolito Chiarello, inequivocabile calco del mitico faccione, e narra la sua vicenda non da una poltrona-trono hip-pop, dalla quale non può alzarsi pena la caduta dei poteri, ma da un tapirulan che non può fermarsi, metafora anch’essa di un movimento perpetuo che lo inchioda alla sua storia e al suo destino, lui che pentito non sarà mai: dalle occhiate di cinquanta bambini che lo indicano come quello povero di fronte alle impellicciate dame di San Vincenzo, all’escalation nei quadri della Sacra Corona Unita, dallo Scirocco d’inverno che ti entra fin dentro le ossa, alle morti volontarie e involontarie di chi quella scelta non l’ha compiuta, ma è caduto comunque vittima di quel sistema nel sistema che ingabbia anche fuori dal gabbio.
Il controcanto di quel canto non più melodrammatico, ma quasi confessionale, nel volto invisibile di un magistrato che rimane in ascolto e qualche volta annuisce, resta affidato ai SSS che pedalano, solidali come “buoni compagni”, mentre lui parla e cammina.
Invecchiati, come tutti noi — pareva impensabile —, ma non impoveriti d’energia trascinante, tanto che avremmo voluto ballare e trasformare la ballata in un concerto per contraddirli dicendo che un futuro c’è, eccome! Chissà, magari attraverso i giovani gruppi che stanno producendo, come i Ghetto Eden. L’appuntamento con Koreja invece è per domenica, con un Christmas Market da non perdere.

Foto di Alessandro Colazzo ©

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Ecco che arriva… qualcosa di buffo!

17/07/2011

di Paola Teresa Grassi

Something funny this way comes!

Letteralmente, la “compagnia dei calzini scompagnati”. Eppure si accompagnano molto bene i cinque ragazzi della Oddsocks. Una efficace presentazione online e una impeccabile organizzazione onland, oltre all’indiscutibile talento performativo, li hanno resi uno dei team outdoor girovaghi più famosi del regno. Ospiti per due giorni al Bristol Shakespeare Festival, con il loro coinvolgente entusiasmo hanno divertito un bel pubblico composto da almeno tre generazioni.
L’anfiteatro di Blaise Mansion, a nord-est della città, era al completo. Ognuno dilegentemente organizzato con sedia, coperta, cappello, indumenti impermeabili e contenitori da picnic. Il teatro all’aperto è una invidiabile abitudine britannica. E non fanno paura le previsioni del tempo, anzi. La sfida è quanto di più divertente. Giocano gli attori con le nuvole in cielo, e terminano la rappresentazione esattamente due minuti prima che inizi a piovere. Location adeguata al testo, un Macbeth tutto da ridere, non lontano dalle tre torri che qui chiamano castello, ma che non ha mai visto nessuno combattere. Come palcoscenico un carro, che si apre e si chiude al ritmo di: uno, due, tre! E ne escono le streghe, allungate da trampoli che le fanno volare, e una corte di autentici scotsmen in autentici kilt.
Andy Barrow, il regista, che non a caso come silly name ha scelto Will, è una eccellente guida shakesperiana, nei gesti e nelle intenzioni. L’attenzione che riserva al pubblico non lo allontana dal main plot, entro cui recita la parte dell’indeciso furfante, al contrario. I tempi della improvvisazione sembrano accadere in un luogo magico del testo, che viene prodotto nel qui e ora, fra colui che recita e colui che osserva. Una filosofia che torna anche nella dimensione corporate di questo ensemble, da approfondire sulla pagina del sito ad essa dedicato.
La scottishness di Andrew McGillan, che recita con il nome di Stan Dan Deliver le due parti di Banquo e di Macduff, è trascinante. Sia durante la performance – Och aye the no!, sia nell’intervallo, quando intona ballate scozzesi mentre tutti finiscono di riscaldarsi con il tè, prima della seconda parte. Qui diventa anche burattinaio di un fantasma che, immenso, non riesce a dirsi da quale dimensione sia riuscito ad emergere. Sorprendente è anche il duello finale, combattuto da un bassino Braveheart e dalla versione medioevale di un intrampolato Iron man.
Affaccendate anche le due giovani donne: Bethan Nash, alias Lydia Dustbin, cui toccano almeno tre ruoli, fra cui quello di Fleance, di cui enfatizza rendendolo incomprensibile l’accento del nord, e Kathryn Levell, alias Karen Kommun Nitai, che interpreta, tra gli altri, una Lady Macbeth decisamente popular, che per lo più motiva il marito a padellate sulla testa. E infine, ma non meno importante, Kevin Kemp, alias Doug Witherspade, che interpreta, come confessa al pubblico, la sua prima parte di re, nei panni di Duncan, ma anche quella del servitore cui tocca di ripulire i resti del corpo della “little tiny queen” appena precipitata dalla torre. Consistenza e levità in due ore alla Barnum senza tradire le fonti. Bravi.

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Il caotico senso di una mente senza difese

20/05/2011

di Paola Teresa Grassi

Ne valeva la pena. Fermarsi a Londra sulla via del New Mexico. Intersezione iperbolica solo all’apparenza. L’occasione, la prima mondiale di Wittgenstein (The Crooked Roads) ai Riverside Studios di Hammersmith.
L’avamposto vittoriano che anticipa la città sulla blue line, rivela immediatamente il suo carattere etno-yippie, multicolore fusione di hippie e di yuppie in un futuribile contesto londonist che ha più del villaggio che del quartiere. E il cielo azzurro di mercoledì 4 maggio ha contribuito a benedire un tardo pomeriggio illuminato dal sole in attesa di entrare nello Studio 3 dell’ex warehouse di Crisp road.
L’atmosfera è inequivocabilmente fringe. Si inizia con qualche minuto di ritardo, il tempo per prepararsi il drink più adatto da portare in sala, ma alla domanda «Tutti pronti?», rivolta ad attori e non da Nick Blackburn, regista, o meglio, direttore di scena, tutti rispondono con un assenso che non ha bisogno di essere parlato. E con ciò siamo già nel prologo di un testo che entra nel mondo sensatamente caotico di una delle menti più brillanti del ventesimo secolo, il filosofo che divenne celebre per avere individuato e insieme celebrato i limiti del linguaggio.
Lo spazio è aperto e tutto è predisposto per dare il via alla sequenza drammaturgica ideata dal professor William Lyons, docente in pensione attualmente impegnato in quello che definisce «teatro del pensiero», il tentativo di consegnare alla scena testi che provocano il pensiero più di quanto non accada comunemente nella rel-azione teatrale. Con particolare riguardo nei confronti di temi esistenziali che rifrangono l’attualità nelle vite dei filosofi. Già vincitore del premio START Chapbooks Play nel 2005, con un titolo dedicato ai «sentieri tortuosi della mente di un genio», l’allestimento è stato reso possibile grazie al supporto dell’Austrian Cultural Forum e della American Philosophical Association.
La messa in scena è nata da uno scambio epistolare durato circa due anni fra l’autore e il direttore-regista-attore, il cui apprendistato inizia con The Wooster Group. Il risultato va oltre la già solida pietra posata da Derek Jarman con la pellicola del 1993 ed inaugura una nuova era nella esplorazione della vita del grande viennese. Con il prologo incontriamo la prima idea interessante, la parte di Bertie (forse il co-protagonista di questo viaggio verso una nuova Ithaca) affidata ad una giovanne donna, la promettente Isabelle Schoelcher. E non perplime, al contrario, la seconda idea interessante, quella di «mettere in una televisione» Lady Ottoline Morrell, presenza virtuale e frammentaria effettivamente non più in vita nel 1951 quando il primo dialogo avviene, nella casa londinese della socialite di Bloomsbury. La voce di Clara Perez, presente a margine nello spazio teatrale, continua nel corpo videoregistrato e proiettato su un grande schermo dalle cui estremità escono mani e braccia maschili che armeggiano con un mini servizio da té, al 44 di Bedford Square. Bertrand Russell è impegnato nella redazione dell’obituary di quel geniale allievo che non solo ha contribuito alla più radicale rivoluzione nel pensiero occidentale, ma altresì ad adombrare la reputazione filosofica del suo maestro. L’umorismo anti-freudiano anima la breve introduzione che, chiudendosi con un divertente motivo per clarinetto, riporta indietro la polvere del tempo. Inizia qui il I Atto, «Certainty» o della certezza, con l’ingresso di Rob Heaps, giovane attore che restituisce egregiamente al personaggio l’ostinazione e il moto perpetuo della mente di Ludwig. Quinte musicali selezionate in un repertorio indie e cinematografico aprono e chiudono sulle scene: particolarmenti efficaci quelle relative ai drammatici momenti trascorsi sul fronte, alleggeriti da Footloose di Kenny Loggins che insieme a uno sbattere di sedie sul pavimento riproduce i colpi di cannone, e da Shaddup You Face di Joe Dolce, esilarante momento di italianness che accompagna i mesi trascorsi nel campo di prigionia di Cassino. La scelta drammaturgica predilige, in questo caso, una relazione inedita, infondata dal punto di vista delle fonti, ma densa di ispirazione: è l’amicizia con lo scultore ceco Mikael Drobil. Le riflessioni sul tema dell’arte e dell’architettura intrecciano quelle sulla discendenza di Wittgenstein e anticipano le vicende del II Atto, «Doubt» o del dubbio: la risoluta rinuncia all’eredità nello studio del notaio di famiglia, l’esame di dottorato sul Tractatus che inverte le parti fra esaminando ed esaminanti, l’irruzione nella dimora praghese del vecchio amico di guerra e l’urgente confessione del “peccato di imperfezione”, la concitata attività didattica, ma anche l’incontro con Norman Malcolm che in un sogno western alla Brokeback Mountain acquieta l’animo irrequieto del genio. È nel cottage di Killary Harbour a Connemara che ritroviamo Wittgenstein uomo nel III Atto, «Withdrawal» o del ritiro, intento a dissodare la terra mentre conversa con Russell sui temi della fama, della cultura e della vita accademica. E si preannuncia la fine con la visita alla Cornell University, nello Stato di New York, dove condivide con il suo antico compagno-allievo i temi del denaro e del filosofare, della realizzazione di sé e del pensiero. E, ancora, all’indomani dell’ultimo sussulto di un’anima che non intende cedere al nonsenso, il ritorno nella patria di elezione.
L’epilogo ci riporta a Bertrand Russell che ha finalmente trovato un modo per onorare la morte del suo allievo citando i versi di un altro visionario:

«The crooked roads without improvements are roads of genius»,
William Blake.

Ma è Ottoline, una donna, quella che nel 1911 Wittgenstein aveva guardato come si guarda attraverso il vetro di una finestra, a coglierne la vera essenza con una domanda. E che dal suo set oltremondano da Alice nel paese delle meraviglie rievoca le prime parole articolate con accento austriaco dal grande filosofo: «Certo non siamo qui per divertirci!».

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Quando le donne pensano

09/03/2011

di Paola Teresa Grassi

Per la prima volta, da che mi ricordi, la festa della donna mi ha dato modo di pensare. L’occasione, l’8 marzo 2011, è stata la giornata di presentazione e di apertura del Pink Master, un percorso immaginato da ISMO e BBLink per contribuire alla formazione di donne che condividano la comune necessità di “fare la differenza”, nelle organizzazioni e quindi per le organizzazioni, ma all’interno di un percorso che tiene insieme, facendoli dialogare, lo sviluppo di sé e la gestione della complessità. Femminilmente. Le relatrici intervenute hanno portato punti di vista differenti su una prospettiva per lo sviluppo che, per quanto già declinata in un prodotto formativo, ha fatalmente intercettato modi e temi di attualità che, ulteriormente motivanti, chiedono ulteriore pensiero. L’esperienzialità dei moduli attende che ciò accada. L’intervento di Laura Boella ha immediatamente acclarato un territorio di discorso che non teme l’impiego del termine “rivoluzione” e lo allinea, audacemente e con lo stile di chi lo pratica, al concetto di “vita quotidiana”. Il pensiero della differenza è una risorsa per la vita di tutti allorché diviene nucleo operativo non ideologico della trasformazione. Ovvero, pluralizzando, allorché le diverse ugualità femminili divengono visibili nel quotidiano, fuori dalla retorica e dai più antichi e non desueti stereotipi. Il discorso sulle emozioni, male interpretato come unico metodo per la femminilizzazione della società, o forse accontentatosi dei cerchi di autocoscienza, ha fatto arenare molti femminismi. E forse non è un caso che alcune metodiche del master nascano negli anni Settanta, il diario intensivo e il laboratorio teatrale, per ritornare a quel punto ed innovare attraverso la potenza del negativo e della distanza. La crisi dell’emancipazionismo è un punto difficile da trattare, «non annacqua», per usare le parole di Maria Giovanna Garuti, e non può non riconoscere di avere perso di vista la donna reale: l’insostenibilità del corpo e dell’anima nel tenere insieme i vari “essere (di) più”. La rinuncia è la fatica, ed è ciò che ha bloccato il movimento: per trasformare la fatica che fa fatica, che stanca inutilmente, in movente consapevole e generativo, è necessario riprendere in mano il tempo della relazione e quello della cura di sé. Sembra di intravedere una nuova epoca per il filosofare della differenza, oltre il mito del romanticismo, oltre quei fantasmi dell’immaginario che producono mostri medeici, o deliri di onnipotenza da concepimento autonomo. Le donne sono inquiete, pongono domande, mettono in discussione, non temono gli slégami. E vivono su di una frontiera ambivalente e per ciò potenzialmente molto creativa. Ecco dunque che “fare la differenza” chiede di attivare qualcosa di più della parola parlata attorno alle emozioni, ma il pensiero che pensa la relazione e l’azione, un questionamento che concerne il «che cos’è una vita vissuta da una donna piuttosto che da un uomo». Con il risultato di raccogliere quante più storie da raccontare, con un’andatura leggera, ma non effimera. Il cambiamento, inoltre, non può avvenire se si corre da sole, ma costruendo legami di realtà, il che non significa amorini d’inautentica complicità alla maniera delle odalische. La paura di lodare l’altra è talvolta l’inconsapevole negazione del gesto autobiografico. Epifanica testimonianza in tal senso, quel diversity management che, evocato da Lorena Capoccia, attesta l’effettiva esistenza di “labirinti di cristallo”, dove, ostinatamente, molte anti-Arianne perdono l’orientamento giacché non comprendono che il modello gestionale (la vita professionale) e il modello comportamentale (la vita personale) sono figli della stessa madre: l’attenzione. La competizione, che certamente non conosce confini di genere, può tuttavia, come illustra Rita Pavan, anche qui, trasformarsi, diventare altro, per esempio condividendo virtù dimenticate come la fedeltà. L’esperienza è pensiero, che diventa azione, che diventa regola: dieci per l’esattezza, quelle di Beatriz Bottner Baroni che, dopo avere conquistato tutti gli “essere (di) più”, adesso desidera solo “essere io”. E mettere a disposizione di altre le strategie elaborate in venti anni da donna in carriera. Eccone alcune: essere forte da dentro, magari con l’aiuto di un coach, alimentare la consapevolezza del proprio valore, giacché «noi ci sottovalutiamo tutte», farsi qualche regalo, e imparare a sdrammatizzare con lo humour. Coronamento impeccabile in questo senso la conclusiva performance di Lella Costa che ha cucito insieme i temi della mattinata con alcuni camei del suo repertorio. Tutto molto pensato.

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La favola di Cymbeline

11/02/2011

di Paola Teresa Grassi

Esitante fino all’ultimo, mi dico al fine fortunata per essermi trovata in città proprio nei giorni in cui al Lansburgh Theatre di Washington andava in scena il Cymbeline diretto da Rebecca Bayla Taichmann per la Shakespeare Theatre Company. Favorita dalla programmazione anche per il fatto che, di tutte le opere di Shakespeare poco rappresentate, questa è quella cui meno di tutte viene data occasione di attendere. Ciò nonostante, non ho ancora metabolizzato l’accento americano, non di tutti, ma di alcuni interpreti. Ma chi sono io per fare la snob su questa cosa? In fondo sono una che parla un “inglese europeo”, come mi hanno fatto notare, qualunque cosa significhi, e c’è da dire che mi va già bene se qui da noi riusciamo ad incarnare egregiamente la lingua di Shakespeare nel nostro parlare qualche volta catastrofico. Comunque, alla fine, esco contenta. Il testo è come un compendio di temi shakespeariani, quasi un’opera di congedo, dove alcuni personaggi di capolavori precedenti entrano senza invito con il loro carattere dentro nomi diversi. C’è un marito, che qui si chiama Posthumus Leonatus (un “moro postumo” che vuol ridare la parola al padre della bella Ero?), il quale ha da verificare la purezza d’animo della sua sposa (che qui si chiama Imogen e accoglie in sé un po’ di amor filiale alla Cordelia e un po’ di fatuo sonno alla Giulietta, indotto da un non-frate), per vincere la scommessa con un cialtrone non così odioso come Iago e che, infatti, di nome fa Iachimo. Ci sono un re, che non vuol vedere il male che lo circonda, una regina in seconde nozze, degna in cattiveria di quella della favola di Biancaneve, e il suo fanfarone figlio di primo letto che è la versione comedy del villano/bastardo alla Edmund. E poi c’è lo “spazio verde”, una foresta alla Sherwood da qualche parte in Galles, lontano dalla romana Britannia del main plot, dove in atmosfera celtico-barbarica la piccola vittima della misogina sfida si avventura in abiti maschili. Insomma, un romance travestito da fairy tale, con qualche nota horror che fa saltare sulla poltrona dallo spavento, parlato nell’idioma del pubblico per il quale era destinato, lì e allora, domenica 6 febbraio, e quindi shakespeariano nelle intenzioni che ho condiviso con entusiasmo. Una favola della buonanotte che viene letta da un volume rilegato in pelle ad una quasi adolescente senza nome che accoglie il pubblico già nel dormiveglia e che viene narrata da quello che nel copione originale è un indovino e qui invece è una profetessa-storyteller. Tanto brava la protagonista, Gretchen Hall, e geniale la trovata dei designer di scena che, tra l’oro di corte e l’acqua del bosco, attribuiscono a Cloten come destriero non un cavallo, ma una Vespa vintage rosso fiammante!

© Photo by Scott Suchman

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Circus @ Folger

10/02/2011

di Paola Teresa Grassi

Per raggiungere la Folger Shakespeare Library esco presto dal 1808, New Hampshire Ave. e, mentre mi oriento con mappa alla mano, una pioggerella fine mi tiene vigile nel grigio inatteso di Washington. Salgo sull’autobus numero 96 che ferma proprio dietro Capitol Hill. Non c’è anima viva, solo una macchina della polizia. Scendo e mi dirigo verso il “tempio americano” della bardolatria globale, eretto nel 1932 grazie alla generosità di un illustre cittadino, l’industriale Henry Clay Folger. Ispirata da una conferenza di Emerson, Emily Jordan, la futura signora Folger, allora studentessa all’Amherst College, contagiò il marito con la sua passione per Shakespeare che è, dice, «una delle fonti dalle quali noi, gli americani, abbiamo tratto il nostro pensiero nazionale, la nostra fede e la nostra speranza». I due cominciarono la loro raccolta di materiali e per conservarla fecero costruire questo enorme edificio che amplifica in estensione un’idea monumentale di Déco molto diffusa nella capitale. Istituzione intimamente washingtoniana, ma di risonanza internazionale, la Folger non solo custodisce la più ampia collezione shakespeariana al mondo, ma è anche centro culturale ed espositivo, nonché location di un piccolo teatro elisabettiano. È qui che, sabato 5 febbraio, ho atteso, per la prima volta, a una rappresentazione de La commedia degli errori. In realtà, nell’edizione diretta da Aaron Posner, c’è da parlare piuttosto di un’inedita elaborazione familiaristico-circense del giovane copione shakespeariano. Stile preannunciato da alcune note pop anni Sessanta, che risuonano in sala mentre l’allegro pubblico pomeridiano entra disinvolto, e qualcuno addirittura canticchia. Timothy Tushingam, direttore di una immaginaria Worcestershire Mask and Wig Society, modesta compagnia che dice di vantare 250 anni di storia, con alcuni buchi temporali per un totale di 208, sale sul palco per presentarsi: dichiara di essere “arcicontento” nell’allestire proprio qui la sua peculiare versione della “favola” shakespeariana, un montaggio che definisce “Edwardian-ish/British-Mod-Rocker-ish”, qualcosa come “edwardiano-britannicamente rock-alla moda”. E che, anche se apparentemente farsesco, vuole parlare di “esseri umani che sono esseri umani nel modo migliore che conoscono per esserlo”. La storia della WMWS viene raccontata da un divertente filmatino che introduce gli attori nel dietro le quinte e durante le prove e, rimosso il telo, lo spettacolo comincia. Lo humor lascia spazio alla concentrazione e la versatilità attorale si manifesta immediatamente con la triste introduzione affidata al decano della compagnia, Nigel Proun che, nei panni di Egeone imprigionato, racconta del naufragio e dell’incrocio di destini traendo da un cappello le quattro miniature delle due coppie di gemelli. Poi esplode la comicità, che tiene incollati fino alla fine. Le esilaranti battute, qualche licenza drammaturgica, «Dromìo, Dromìo, dove sei tu Dromìo?», ma anche le toccanti riflessioni tutte al femminile e i memorabili monologhi, sono commentati dai tamburi e dallo xilofono del musicista Jesse Terrill, presente in scena truccato da clown. L’incessante avvicendarsi di “errori” coincide con un crescendo di porte sbattute: undici per l’esattezza, ognuna contraddistinta da una diversa accesa cromia, ciascuna predisposta in circolo accanto alla successiva. Le maschere disegnate da Aaron Cromie, tuttavia, definiscono la cifra caratteristica di questa produzione, “neutralizzando”, letteralmente, la presenza pensata dell’osservatore, per lasciarlo vagare e divagare in quel “forse sogno” che, ad un certo punto, uno dei due Antifoli ipotizza: quale dei due, davvero, non saprei dire.

 

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Fantasioso realismo

14/12/2010

di Paola Teresa Grassi

Ci tenevo, prima di concludere le trasferte trentine, a vedere questa mostra, la prima italiana e museale dedicata all’artista americana Dana Schutz, rappresentata negli Stati Uniti dalle newyorkesi Zach Feuer e Saatchi Gallery. La selezione di tredici tele è allestita all’ultimo piano del MaRT, nelle ultime due sale di un percorso che coinvolge un’altra esposizione dedicata ai più significativi progetti architettonici museali dell’ultimo decennio. Sentiero un po’ iperbolico che, tuttavia, vale la pena di essere attraversato per incontrare al fine l’inconfondibile gesto che produce vocianti corpi impegnati in azioni grottescamente violente. La giovane pittrice, nata a Livonia, Michigan, nel 1976, cresce nella periferia di Detroit, dove coltiva un immaginario cartoon che, fin dall’inizio, non riesce a non registrare e restituire il senso di una spensierata brutalità. L’uso di colori accesi e di audaci ma tecnicamente impeccabili contrasti, produce una tonalità allegra, se non comica, che non riesce a non tradire una qualche intima esperienza di ciò che è limite, fino a diventare riconoscibile impronta. Ecco dunque palesarsi un mondo di fantasia abitato e insieme ferito da creature ingenuamente crudeli, auto-divoranti, come quelle viste nel 2004 in una personale parigina allestita presso la galleria Emmanuel Perrotin: ignote identità urbane impegnate in azioni compulsive o autolesionistiche, inquietanti eppure umoristiche bulimie e ossessive consuetudini che non intendono trascinare in un qualche regno fantastico o delirante, ma tengono vivacemente agganciato lo sguardo dell’osservatore a ciò che accade fuori, nel tempo presente. L’apparente espressionismo, in effetti, ad una più attenta contemplazione, e facendo attenzione ai dettagli, sapientemente gestiti con un delicato uso dell’olio, diventa intrigante realismo. È il caso di Swimming, Smoking, Crying, del 2009 che, oltre ogni processo metaforizzante, tiene insieme l’incongruente come nei più esilaranti cartoni animati e insieme definisce il moderno come orizzonte di virtuosi paradossi. Il catalogo di Silvana Editoriale raccoglie 30 illustrazioni a colori. Infastidisce non trovare, al bookstore della mega struttura, qualche cartolina da conservare.

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Lo spazio dell’attesa

13/12/2010

di Paola Teresa Grassi

L’attesa è momento del rito teatrale. Lo spazio che separa l’occhio dello spettatore dal corpo dell’attore è una zona di emozione e di pensiero: è nella dimora dell’immaginario che si prepara l’incontro. E immaginante è il respiro comune quando l’incontro avviene. Le situazioni che anticipano la rappresentazione sono ogni volta diverse e autobiografiche per il frequentatore, esperto o meno, del teatro. E i luoghi della memoria cambiano, col tempo e con gli ambienti. Tra le figure del ricordo di chi qui racconta c’è quello di una città avvolta dalla nebbia e di alcuni pochi che, nelle sere di primo inverno, ne esploravano il limite estremo alla ricerca di piccoli spazi off. Qualcosa è cambiato a distanza di circa venti anni: i confini si sono estesi oltre limiti impensabili e, anche se ancora un po’ noiosa rispetto ad altre, Milano è una città che non molla. I luoghi della resistenza si contano sulle poche dita di una sola mano, ma, è il caso di dirlo, contano. Cominciamo con il PiM Off il cui esordio di stagione meglio non potrebbe definire il senso di questa rubrica, con la quale cercheremo di dissolvere, se ci sono, ulteriori confini: quelli fra arte e teatro. Con rammarico ci siamo lasciati sfuggire l’appuntamento con Anagoor, e in particolare la prima regionale di Rivelazione. Sette meditazioni intorno a Giorgione, che tuttavia sarà possibile raggiungere rincorrendone le date sul sito della compagnia. Così non è stato per Opera, presente nella ex cartiera di via Selvanesco con uno spettacolo, una prova aperta e una installazione.
Limite  a n t i c a m e r a
non è solo il titolo di una rappresentazione, in un senso radicalmente estetico, ma è anche la tappa di un percorso che definisce le ragioni di questa compagnia intercettando il significato dell’attesa di cui dicevamo in apertura. Il lavoro di Vincenzo Schino arriva a noi dopo un lungo apprendistato presso le Officine Valdoca, attraverso sei diverse ma collegate performance, e dopo una singola realizzazione con il nome attuale. Le esercitazioni che il regista barese ha condiviso con Marta Bichisao, Riccardo Capozza e Gaetano Liberti, sono ormai giunte a compimento e la storia che stavano aspettando si è al fine manifestata. L’ultimo, ovvero il primo impegno di Opera, Voilà, riprendeva la ricerca dalla conclusa indagine sul linguaggio circense, e dava modo al gruppo di ragionare su nuove dimensioni.
Il penultimo, ovvero il secondo, Limite, appunto, visto il 7 novembre, accellera, di qualche grado, il ritmo dell’attendere ed entra nello spazio scenico attivando il dialogo fra ripetizione e accadimento, fra suono e immagine. Le due pareti divengono quattro e le figure dipinte divengono carne. La lotta per prendere vita ingaggia animali non ancora domestici: un maiale, forse, e un cane, lo stesso che a poco a poco si palesa sul fondale. Le bambole improvvisamente cominciano ad esistere, escono dalla letargia dell’auto-accudimento e spalancano il cancello della realtà, il cui nuovo re attende istruzioni.
Conclusione ideale di un cominciamento che sta fuori dello spazio scenico, prima a dire il vero, nella installazione di Pierluca Cetera che porta come titolo Il bosco e dove domina una immobilità apparente, un movimento che vorrebbe esserci, ma non ce la fa. Ci provano le otto figure consegnate alla tela dalle due parti, ma restano lì, con la bocca aperta e con le mani legate, i polsi legati e gli occhi chiusi, nel non compiuto del sonno. Cifra semantica con la quale raggiungiamo la meta ulteriore, ancorché transitoria, del tragitto di Opera, giacché proprio così, Sonno, si intitola la nuova creazione in prova aperta il 13 novembre.

in TeatrArte
arte | teatro | milano | intersezioni

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Rispettabile crudeltà

29/11/2010

di Paola Teresa Grassi

Piove, a Windsor, eppure, anche se continua a piovere, le ragnatele non le lava via nemmeno l’acqua. Tutto è così polveroso, grigio, eppure molto, molto rispettabile. Le allungate sagome di allampanate dimore elisabettiane circondano la lapide che segnala l’ingresso nel minuscolo aggregato di anime piccole. Anna Page è personaggio e insieme voce fuori copione: «Windsor è un paese pieno di finestre e dietro le finestre è pieno di occhi che scrutano attraverso i vetri, che osservano e che giudicano … è un paese pieno di porte, tante porte che si aprono e si chiudono, che sbattono e cigolano, chiavistelli che scattano, maniglie che cedono alla pressione di una mano … è un paese pieno di case, e ogni casa nasconde un segreto, una bugia». Chiarisce le circostanze la giovane promessa sposa di due giovani che non ama, e sono quelle di una narrazione che, prima di esplodere, cerca le sue proprie note in una facile melodia halloweeniana; cerca di convincersi stregonesca, ma non ce la fa, perché a disturbarla c’è quell’unica macchia di colore che di nome fa Cavalier Falsa Staffa. Lui che con le donne non ci prova, lui ci riesce! I costumi-camuffamenti di Anna Bertolotti e gli irresistibili motivetti di Gipo Gurrado (già nelle orecchie del pubblico a metà spettacolo) celebrano la cornice di questa nuova produzione di Quelli di Grock entro cui, come di consueto, al corpo dell’attore viene chiesto di superare se stesso per divenire parola corale. Shakespeare non è un pretesto, anzi. Viene da dire che ne ha fatta di strada fino al Teatro Leonardo, dove, nelle mani di Valeria Cavalli e Claudio Intropido diventa pertinente commento di un’epoca nazionale, la nostra, che è ben oltre il commentabile. E in questa versione de Le allegre comari di Windsor, che acquista semplicità attingendo al libretto confezionato da Arrigo Boito per Giuseppe Verdi, supera la prova della presentificazione. L’infuocante arancione dei capelli di Falstaff, con quell’immenso ventre rosso e lo straordinariamente esteso deretano, portano gloria (l’antico fasto delle battaglie di Enrico IV) e scompiglio nella sonnecchiante cittadina, avvolta da una coltre di grigio fumo, dove però tutti sanno tutto di tutti. Intende beffare, l’antico giocatore, ma viene crudelmente beffato. Talmente che alla fine lo si vorrebbe ricompensato con una giovane sposa (colei che narra e che alla fine desidererà un vestito rosso), se non altro per l’impegno reso nel tentativo di concupire le due scaltre wives, e la fatica consumata nel rendersi vittima di tre burle ben riuscite: la caduta nel cesto dei luridi panni di casa Ford, il rovinoso bagno nelle fredde acque del Tamigi e il terribile inganno di quella borsa piena di denari che dovrà essere restituita. Ecco dunque che prende vita un divertente momento di entertainment teatrale e l’iniziale preoccupazione di essere dentro un musical dark che molto attinge al cinema gotico-cartoon, attraversa il momento dell’esitazione per trasformarsi al fine in convinta identificazione.

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