Le forme della seduzione. Shakespeare e Bruno

05/02/2010
Serata di racconti filosofici e musica
a cura di Paola Teresa Grassi
Sala delle Capriate
Villa Litta
Lainate
30 marzo ore 20.45

Una risonanza d’anime m’invita a prender parte alla Festa della Filosofia: né festival, né palcoscenico, ma “contemplazione festiva”, “momento rituale” entro cui sospendere le attività consuete per aprirsi alla riflessione. Le intenzioni di questa manifestazione si allineano a quella che mi piace chiamare “una stanza per il respiro”, quella “Festa del FilsoFare”, direi, che una volta al mese, di domenica, predispone ai giorni del fare. Eccomi dunque a presentare il mio contributo al tema aggregante, l’Eros. Una costellazione di senso che definisce il desiderio di conoscenza come “erotica” del sapere, ma che assume in sé anche le esperienze più concretamente emotive ed esistenziali che ci riguardano e, ancora, l’istinto di autoconservazione e di trasformazione che tutti ci coinvolge come individui tra altri individui. Scelgo il tema della seduzione perché intercetta l’attrazione, il desiderare, ma non vi si identifica, e contribuisce, nell’allontanarsi, a una migliore visione del concetto. Sedurre non è, come vuole un’erronea vulgata etimologica, il “condurre a sé”, ma, all’opposto, il “condurre in disparte”. Il termine “seduzione”, infatti, deriva dal latino seducere che significa separare, dividere, allontanare da sé. Il seduttore in latino è corruptor, corruttore, colui che “guasta”, colui che porta in una direzione divergente rispetto a quella del sedotto e lo separa dal suo ambito, da ciò che v’era prima del “rapimento”. La fascinazione rende la persona sedotta diversa e distinta dal gruppo sociale cui appartiene, alienandola agli affetti che in precedenza aveva stabilito: essa è “presa”, per l’appunto rapita. Il suo universo relazionale viene messo in disparte, dimenticato, addirittura misconosciuto.
Con la mia presentazione non intendo demonizzare la seduzione, ma attraversarne i sentieri, comprendere come fare a non perdersi e, proprio al contrario, come familiarizzare con un territorio che è potenzialmente luogo di appropriazione di sé. E, se è vero com’è vero, che predisporsi all’ascolto dei passati pensatori prepara il terreno su cui edificare futuri pensieri, ci farà comodo seguire le indicazioni di programma. Con gli «Gli eroici furori» di Giordano Bruno presentati da Giulio Giorello entriamo nel discorso sull’Eros in età moderna e ci predisponiamo all’ascolto di un’epoca che pensa il desiderio come ricerca della verità alla luce della ragione. Una «ricerca travagliosa», come la definisce il frate di Nola, il quale sa bene che – come insegna il mito di Diana e di Atteone –, la verità va letteralmente «afferrata», con un gesto che costa studio e fatica. L’«eroico» furore non è quello bestiale, inconsapevole ed «asinino» che assale il mondo di dentro, quanto piuttosto un «impeto razionale», il consapevole riconoscersi come creatura limitata. Così è il «furioso» che, riconoscendo i propri limiti, si dà il compito di superarli e, con le sue sole forze, intraprende la difficile via del rinnovamento di quello che il Nolano chiama «cielo interiore». È un “vizio”, nel senso di un’insufficienza conoscitiva, ad aprire la via a una visione autentica della realtà, ma proprio perché “travaglioso” l’eroico furore può consentire di afferrare la realtà – l’ignuda Diana. Solo da una condotta “viziata”, limitata, può germinare il rinnovamento, giacché se si affidasse a una qualche “virtù”, non conoscerebbe mai il limite.
Tuttavia, molto pochi sono gli Atteoni. Come fare a non farsi crescere una testa di cervo (o di asino)?

Chi ha visto il film su Giordano Bruno diretto da Giuliano Montaldo nel 1973, ricorderà forse la celebre scena di seduzione attraverso il respiro che coinvolge Gian Maria Volonté, nei panni del frate con forte accento napoletano e Charlotte Rampling, nei panni di una “ignuda madonna veneziana” che è molto più sedotta-Atteone che non seduttrice-Diana, allorché non è ancora in grado di reggere la vertigine di un desiderio capace di trascendere i limiti del corpo. Tanto che deve coprirsi e farsi il segno della croce.
La mia ipotesi è che, raccogliendo l’eredità bruniana, sia Shakespeare a illustrarci qualche transitoria risposta.
Poco importa se i due si siano conosciuti, se il Nolano abbia incontrato di persona Will «scuoti-scena». Magari i due si sono solo incrociati senza sapere l’uno dell’altro mentre attraversavano Londra, l’uno dirigendosi verso White Hall per attendere alla Cena delle Ceneri, l’altro rientrando al Rose dopo una serata in teatro o in taverna. Non lo sapremo mai, ma ci è concesso immaginarlo. Ciò che sappiamo è che il Bardo conobbe di certo le idee di quell’“omiciattolo italiano, mago e maestro di elaborata teologia”, tanto Italianate erano i circoli culturali elisabettiani negli anni in cui i due (forse) si mancarono per pochi mesi.
Sul tema della seduzione è senz’altro Pene d’amor perdute a illustrarci come Shakespeare divenga filosofo pratico esercitandosi alla filosofia bruniana. Berowne è una evidente storpiatura anglofona dell’italiano Bruno e gli “ero(t)ici” furori vengono messi alla prova in quella sorta di Accademia dell’Astinenza che il re di Navarra si inventa a corte per sé e per i suoi tre compagni. Prova fittizia, naturalmente, giacché sarà l’incontro reale e seducente, di una seduzione conveniente e trasformativa – quella con la principessa di Francia e le sue dame, a convertire i signori di Navarra ad un’autentica vita filosofica. Con il sacrificio, questo sì vero, di una lontananza riempita di guerra e di responsabilità. Solo così il desiderio si eternizza e diviene amore, un amore vero, che conviene poiché richiede studio e fatica. Non tuttavia l’artificioso sapere libresco, ma un sapere pratico che, oltre l’infatuazione, incontra un tipo di amore non romantico, ma produttivo e riproduttivo. Un amore che non allontana da sé, ma che serve per costruire il proprio sé nell’incontro con l’altro: incontro consapevolmente erotico, in senso bruniano, e quindi trasformativo.


Non sono una maîtresse

30/01/2010

Chi vive nella rete, per tutelarsi da imbarazzanti omonimie o peggio, ogni tanto deve fare googling su se stesso, inserire cioé il proprio nome tra virgolette sul cerca di Google e premere invio. Mi è capitato di farlo ieri mattina e così ho scoperto l’articolo pubblicato il 21 gennaio scorso da Giovanni Sallusti su L’Ordine.it, quotidiano indipendente di Como e provincia. Non so definire la mia prima reazione, ma nel mio primo commento a caldo mi sono rivolta al simpatico collega esprimendo la mia felicità. «Mi fa piacere che tu te ne sia accorto», gli ho risposto, riferendomi all’operazione di marketing. «Meno piacere che tu non ti sia meglio informato», ho aggiunto. Era già da tempo, infatti, che avevo rinunciato all’incarico. Prevalentemente per questioni che riguardavano la difficile realizzazione di un modulo come quello laboratoriale nel contesto di una libreria. Ma anche per un senso di disagio al quale non ero riuscita a dare un nome fino a quel momento: verificare l’interesse della “rive gauche lariana” nei confronti della consulenza filosofica. Nelle ore successive ho allungato il mio commento e l’ho spedito in forma di lettera al quotidiano online. Lo riproduco qui. «Caro Giovanni, come sai non solo condivido la tua visione del mondo in generale, ma, sin dai tempi dell’inchiesta apparsa su Libero, sono oltremodo in linea con le tue affermazioni sul tema della consulenza filosofica. Mi rammarico di due cose. La prima, che la notizia che diffondi sia errata, anche se non so per la responsabilità di chi. Tant’è che io l’Atelier di Filosofia Pratica non solo non lo coordinerò, ma ho deciso in tal senso già da tempo e mi stupisco che sia sul sito di Prospettive, sia sul profilo di Facebook della Libreria Punto Einaudi, permanga il mio nome in riferimento a questo evento. Evento che peraltro non ho organizzato, come affermi, ma per il quale sono stata cercata in virtù di una discreta esperienza come facilitatrice di gruppi di pratica filosofica (per equilibrio dell’informazione mi consentirai di indicare il luogo in cui ne parlo http://www.pensafilosofico.it/pages/spazio.html). La seconda, che tu ti avvalga, mentre racconti di quella esperienza con una consulente che non sono io, di alcune frasi estrapolate da testi del mio sito. E ciò per argomentare (paradossalmente) contro qualcosa da cui anche io tengo a tenermi a distanza, e da un bel po’. Come conclamata eretica delle pratiche filosofiche in questo paese, da sempre giudico aberrante la strumentalizzazione che in molti luoghi del sapere (anche istituzionali) è stata fatta della formazione a una professione che in realtà non esiste. Certo, anche io sono stata per un po’ a bordo del carrozzone, ma ne sono scesa ruzzolando e con qualche botta sul sedere. Quando mi sono accorta che su dieci persone che mi contattavano per un appuntamento, due erano potenziali consultanti (lo so, la parola è bruttina, ma non saprei come altro definire la persona che si rivolge a un consulente), gli altri otto invece ex-filosofologhi interessati a recuperare la loro laurea dalla soffitta, ho capito che forse era il caso di spiegare meglio la mia offerta. In altri termini, provare a creare un mercato per le pratiche filosofiche, fra cui anche quella relazione dialogica individuale cui nella nostra lingua si è dato il nome di consulenza filosofica. Una serie di metodiche filosoficamente orientate capaci di rispondere a una domanda, questa sì reale e concreta, che è semplice domanda di senso. Filoso-fare è un po’ come fare ginnastica, solo che invece di prenderti cura del corpo, ti prendi cura della mente. Niente di spiritualistico o di New Age, ma quella “cultura di sé” che ereditiamo da Michel Foucault il quale, per quanto gauchiste, resta comunque un punto di riferimento fondamentale per chi voglia dedicarsi alla trasformazione di sé senza doversi convertire alla psicoanalisi. I miei interlocutori sono persone che non solo non si sentono malate, ma che sanno di non esserlo (poiché magari possiedono una diagnosi psichiatrica che lo attesta) e semplicemente avvertono un certo tipo di malessere per arginare il quale spesso è sufficiente agire su quelle che io definisco “posture logiche”. Suggerisco in tal senso la lettura di Pierre Hadot che, mitigando certo sinistrismo, potrebbe forse convincere te e i tuoi lettori (comaschi e non) che le pratiche filosofiche non sono che un luogo dove condividere il desiderio di coltivarsi alla presenza dell’altro. Queste le intenzioni in generale. A rischio di perdere il fascino di “sofistica-ta” maga del pensiero e decadere ad ingenua romanticona dell’amor di autencità, concludo dicendo che io a questa cosa ci credo veramente. Tanto che per vivere devo fare la giornalista, proprio come te. Resto in ascolto. Un caro saluto, e buon lavoro, Paola Teresa Grassi». Molto vi sarebbe da aggiungere, per ora ringrazio per la risposta di oggi sabato 30 gennaio, che sottoscrivo.


Facilitare non è formare

26/01/2010

Una settimana fa è iniziato un nuovo ciclo di «domeniche filosofiche».
Oltre alle ormai storiche presenze di Giovanna, Marina e Sara, che contribuiscono a definire ciò che Uno Spazio per FilosoFare è, alcuni nuovi contributi, come quelli di Mimma, Annina, Mara, Antonella, Giuseppe e Lucia. Elencando i nomi rivedo i volti disposti a quadrato nella saletta di Lanzone e ripercorro le tappe della giornata.
La storia di Epitteto, “lo schiavo che diventò filosofo”, e di Arriano, che ne redasse il discorso per poterlo avere sempre a portata di mano.
La concreta intensità della proposta stoica che è insieme un modo di osservare, di comprendere e di agire le cose del mondo: micro-azioni di fisica, logica ed etica quotidiane che risaltano sul fondale determinato di un armonioso tutto-Natura.
“La nostra serenità non dipende dalle cose che ci accadono, ma dalle rappresentazioni che di quelle cose lasciamo entrare nelle nostre anime”.
Cerco di ripensare ai dieci volti e mi rammarico di non averne catturato le espressioni con una macchina fotografica: convinzione e perplessità, qualcuno solleva il sopracciglio, qualcuno annuisce, qualcuno prende appunti mentre il pensiero fluisce, qualcuno non mi ascolta e accoglie l’invito a lasciare che sia la risonanza biografica a riempire di senso le due ore del mattino. Frammenti di una narrazione che è iniziata altrove, in un ordinario complesso e talvolta velenoso, ma che qui riprende fiato e riguadagna autenticità.
Entrare nell’esercizio di pratica filosofica non è qualcosa che avvenga senza fatica, me ne rendo conto. C’è bisogno di intenzione e di franchezza d’animo, ma non c’è di che temere: appena oltre la soglia dei nostri corpi – lembo estremo di difesa del nostro mondo di dentro, ci sono gli altri e le loro vite, finestre che moltiplicano i punti di vista; e poi ci sono io, che con la mia morbida presenza sono lì non per dirigere, ma per indicare.
Un inizio promettente, dunque. Che contribuisce a definirmi non come formatrice, ma come facilitatrice. E che definisce “le pratiche” come quel modo del filosofare che alla domanda di trasformazione offre un metodo di pieni e di vuoti, di domande e di silenzi.


Very Shakespeare, forever Shakespeare

22/01/2010

Tutte le volte che decido di andare al Teatro dell’Elfo, mi dimentico di ponderare la scelta tenendo conto di un fatto importante: che le poltrone di sala sono state concepite per infliggere una incomprensibilmente sadica tortura alla spina dorsale dello spettatore, specialmente quella di un mollusco come me. Ogni volta, tuttavia, resisto, anche se la fatica compromette l’attenzione, e con uno stoico esercizio riesco a concentrarmi. Le condizioni ambientali in cui si è consumata la “seconda” prima (nel senso che lo spettacolo ha debuttato nel 2009) di Romeo e Giulietta, andata in scena il 13 gennaio 2010, sono state messe a dura prova da un’ulteriore variabile, imprevista ancorché prevedibile: orde di teenagers completamente fuori controllo. Ma anche in questo caso è prevalso l’istinto di autoconservazione e sono riuscita a cogliere l’aspetto positivo di una presenza che mi ha fatto desiderare per i primi interminabili cinque minuti di scappare il più lontano possibile da via Ciro Menotti. Per quanto fastidiosi, i commenti della giovane spettatrice alle mie spalle si sono progressivamente trasformati in un’oltremodo pertinente glossa audio all’agito scenico. E mi ha definitivamente convinta a rimanere Ferdinando Bruni che, una fila avanti a me, elegantissimo e in un atteggiamento che definirei contemplativo, mi ha ricordato Shakespeare, nascosto in qualche angolo del Rose ad orchestrare in animo il destino degli Uomini dell’Ammiraglio e anche lui circondato da un pubblico non certo silenzioso. Così sono rimasta. E non riesco a non chiedermi se all’ormai ex-giovane sia piaciuto o meno quel vociare di adolescenti scalpitanti, divertiti da una storia che a distanza di secoli continua a riguardarli.
In una Verona a due dimensioni, dove l’esterno metropolitano lascia intravedere interni barocchi, il testo prende vita nelle mani di giovani talenti, eterogenei, ma capitanati da guide “anziane” e di imperituro mestiere. E’ talmente noto il tessuto drammaturgico, anche per chi lo conosca solo per averne visto una delle varianti cinematografiche, che con l’occasione si può decidere di concentrarsi sui dettagli. E’ quello che ho fatto io. E me ne rallegro, giacché conservo memoria di alcuni camei: come quello della Balia, interpretata da una sempre straordinaria Ida Marinelli che “diventa” veliero con un cappello a due falde direttamente manovrato dai muscoli del collo; o, ancora, come quello di Mercuzio, il più volgare nel quale mi sia mai capitato di imbattermi, ma autentico e decisamente inedito, nella versione di Edoardo Ribatto: ipnotico nell’evocare la regina Mab e straziante negli ultimi disperati sussulti di fronte alla morte, assurda ma tragicamente necessaria per il destino dei due giovani. E, ancora, Giulietta che, con Federica Castellini, governa il sensuale incontro sgattaiolando, letteralmente, dal balcone. E infine Romeo, interpretato da un attento Nicola Russo, nel cui volto non riesco a non riconoscere quello di Ferdinando, visto nei panni di Amleto nel 1993 al Teatro di Porta Romana. E così comincio a sospettare che vi sia una qualche risonanza biografica in questa messa in scena. Che forse sto assistendo ad un racconto di sé che il grande attore recita nei panni di regista e traduttore. Il testo del miniprogramma di sala stampato in formato CD mi aiuta a capire: «Mentre scrivo queste prime note e ripercorro ancora una volta il testo di Shakespeare, mi accorgo che uno dei motivi per cui la sua opera riesce a parlarci ogni volta come fosse la prima è una sua quasi magica capacità di muoversi insieme a noi attraverso le epoche della nostra vita, di sembrare ogni volta diversa, di raccontarci sempre qualcosa di nuovo. Così forse proprio perché ormai sono definitivamente lontano dalla giovinezza, (anche da quella grottesca giovinezza prolungata tipica dei nostri tempi) mi accorgo di provare una pena e una tenerezza mai provate fino ad ora con questa intensità».


La polvere d’oro

03/09/2009

di Alberto Terzi

È il verde il colore che ho scelto per scrivere il diario intensivo. Oggi ho dovuto ricaricare la Parker Sonnet, la stilografica che mi ha accompagnato nelle giornate al centro Anuttara di Caprino Bergamasco. Sono trascorse tre settimane dal seminario. È il momento giusto per fare il punto sui primi risultati. Mi ricordo innanzitutto che, a soli due giorni dall’inizio del percorso, sono andato a rileggere il primo scritto che fotografava la mia situazione e subito mi sono sorpreso del fatto che alcune affermazioni risultavano già vecchie, quasi fosse passato un periodo lungo, invece delle due giornate effettivamente volate in un batter d’occhio. Il diario aveva già exitato il suo effetto. Senza clamori, ma con un’intensità inaudita il tempo dedicato alla scrittura cogitante aveva attivato due cambiamenti potenti nella mia vita stimolando due scelte importanti. La prima, apparentemente meno contingente, ma comunque molto significativa, riguardava la persona che mi ha generato, mia madre, con la quale il rapporto d’amore è risultato sempre piuttosto complicato, per lo più poco intenso e, sicuramente da parte mia, poco approfondito e molto diradato nel tempo a piccole dosi. La scelta spiazzante di provare ad amare mia madre a partire dalla ricostruzione della sua storia personale, dal ricordo della sua infanzia e adolescenza è stata per me un’illuminazione e una scoperta di un punto di vista che non avevo mai considerato. Ciò significherà per me non solo conoscere meglio lei, per comprenderla e apprezzarla, ma mi aiuterà a ricostruire anche un po’ della mia infanzia, a me poco nota. Tornato a casa, per non lasciare nel vago e nell’etereo questa intuizione, ho proposto subito all’Alba, così si chiama mia mamma, di registrare i suoi racconti, le sue emozioni di quel tratto di vita finora poco esplorato. L’espressione del suo viso mi ha fatto intendere subito non solo che aveva accettato, ma che in qualche modo ne era contenta. Grazie diario! In effetti quel seminario l’ho fortemente voluto e aspettato. Desideravo fare quel percorso guidato perché ne sentivo profondamente il bisogno. Nel mese di maggio, in realtà, avevo già iniziato da solo a leggere e seguire passo dopo passo le indicazioni del libro italiano di Ira Progoff e già gli esercizi che avevo svolto mi furono molto utili. Tuttavia sentivo l’esigenza di avere una guida e allo stesso tempo mi sarebbe piaciuto vivere un esperienza di piccolo gruppo per condividere anche storie ed emozioni diverse. E l’universo ha tramato affinché questo sogno si avverasse. Ho cercato e immediatamente ho trovato un aggancio che si è tradotto in una persona che ora è diventata un’amica: Paola Teresa Grassi, specializzata nel metodo di Ira Progoff, ma con un taglio filosofico, è stata una bella scoperta. La seconda scelta importante, avvenuta grazie al tempo concessomi durante i giorni del diario, mi riservo di non esplicitarla pubblicamente, come del resto la pratica di Progoff consente. Si tratta di una scelta esiziale che coinvolge tutto me stesso, il presente, il futuro, una decisione che ha portato chiarezza e che necessariamente ha aperto nuove vie e richiesto la rinuncia ad altre opportunità: in poche parole quello che la vita offre ogni giorno in piccolo o in grande. È bello sapere che, durante le giornate in cui si esplora la propria vita sia possibile scrivere senza essere obbligati a leggere al gruppo le proprie composizioni, o sia possibile parlare, ma anche tacere, ascoltare e non ascoltare, potendo godere la solitudine dello stare insieme, una sensazione unica e preziosa dove l’essere in un piccolo gruppo significa allo stesso tempo sentirsi protetti e provare a rischiare così come è possibile attingere dall’energia degli altri o donare la propria, scegliendo ogni volta l’esposizione di sé che ciascuno ritiene più adeguata in quel momento. È stato bello che il clima del diario abbia lasciato spazio a diversi tipi di silenzio: da quello della serie “non vola una mosca”, che consente di svuotarsi dei pensieri inutili, a quello più sonoro che accoglie le voci della natura, al silenzio esplorativo che rischia di illuminare un tratto della via al silenzio che, attivato profondamente, ti facilita l’ascolto della voce più importante per te in quell’istante della tua esistenza. Dal centro Anuttara di Caprino Bergamasco mi porto a casa anche delle chicche, direi delle perle che mi ispireranno nel prossimo futuro. Oltre all’opportunità di essere soli quando si è insieme, dove la solitudine diventa una scelta, mi è piaciuta l’idea che esistono e hanno il diritto di esistere dei “fantasmi buoni”, i quali, in un primo momento ci possono anche spaventare, ma in realtà col tempo comprendiamo quanto ci possono essere utili ed effettivamente possono aiutarci. Mi porto a casa i colori che suddividono le parti del diario, quasi a ricordare a ciascuno di noi il saper riconoscere e apprezzare l’arcobaleno delle persone, degli eventi, la bellezza dell’arcobaleno della vita con l’invito implicito a buttare definitivamente le lenti a contatto grigie, che ci eravamo scordati di indossare pensando fossero i nostri occhi naturali. Mi porto a casa un possibile nuovo lavoro affascinante: l’ascoltatore di storie, quello che dopo averle ascoltate sa cogliere nelle narrazioni aspetti peculiari, sa scoprire i talenti dei raccontatori e  sa mostrare a loro il giacimento sconosciuto da cui attingere per cambiare la propria vita dando spazio alle loro passioni più belle. Poi mi porto a casa l’immagine straordinaria della “polvere d’oro” descritta da Patrizia, una visione magica di situazioni che possono capitare o meglio, possiamo far capitare quando lo desideriamo e quando siamo veramente liberi di vedere il magico che siamo noi, che sta in noi e che ci circonda. La “polvere d’oro” non si può vedere sempre, si vede nelle occasioni propizie quasi sia il frutto di coincidenze imprevedibili, ma non casuali. Quando è forte il desiderio, quando determinata è la volontà, smisurata è la fiducia in se stessi e nell’universo è possibile che “la polvere d’oro” si manifesti. Avviene il miracolo che ci fa sentire co-creatori dell’universo e non semplici sudditi. Mi porto a casa infine qualche cosa di molto intimo, i visi e le emozioni, le storie raccontate e non raccontate di tutti i partecipanti, di tutti noi che abbiamo diariato insieme. La presenza arguta di Giovanna, la potenza latente di Maddalena, il coraggio di Sara e la libertà di Patrizia. Tutte vi ringrazio dicendo a Paola “complimenti” per la sua conduzione leggera e profonda che ha facilitato l’errare delle nostre narrazioni.


La festa del teatro

09/06/2009

Note a margine Atelier teatrale

Entro senza sapere ciò che accadrà. Le parole che definiscono questo laboratorio sono: teatro, psicoanalisi, anni Settanta, interpretazione. Una costellazione di senso di cui diffido, ma alla quale mi affido poiché intravedo un anello di congiunzione: improvvisare, sperimentare, scoprire, sono tutti gesti che mi riportano al modo dell’esplorare che tanto vivamente mi appartiene. Ci sono tante ragioni per le quali sono qui: per la nostalgia del teatro raccontato, per curiosità, ma alla fine quella che prevale è che sono qui per vedere che cosa succede se lascio la parola al corpo, se taglio via la testa… René Aubry contribuisce al senso di familiarità. E io mi risveglio con lo sguardo, che coglie un punto immaginario lungo l’orizzonte, con i piedi, che raccolgono la sabbia, con il bacino, il torace, le spalle, le scapole, la testa, – avanti, indietro, di lato, e poi le braccia, le gambe, le ginocchia e infine mi pulisco e sono ripulita, come tra orsetti lavatori. Camminando cambio direzione, zig zag, per riempire tutto lo spazio, tutti insieme, come una zattera che non deve rovesciarsi (c’è una Tempesta!). Senza neanche rendercene conto siamo diventati la banda Bassotti: andando si è trasformata l’andatura. Così lavora la fenomenologia, anche a teatro, attraversando lo spazio. Siamo dentro un Carnevale che ha un altro Re, che forse è un pò tiranno e che mi ricorda Prospero. La regola è quella del contagio, la contaminazione tra reale e immaginario, il mio e quello degli altri, ed è così che con le domande e con i sogni faccio la conoscenza di Otto, il mio personaggio, il padre di due figlie che abitano il mio corpo. Esco da un sipario nero trovato per caso, prima la gamba sinistra poi la destra. Cade il sipario, mi guardo attorno e colgo quel punto lungo l’orizzonte, sento la polverina magica adagiarsi sulle mie spalle. Le tocco, con sorpresa cominciano a muoversi, e io raccolgo il movimento, lo porto a terra ed entro in uno dei due occhi di questo otto sdraiato, il simbolo dell’infinito. Le due sorelle si riconoscono allo specchio e la mano si apre per la meraviglia. Con un abbraccio il cerchio si chiude. C’è ancora bisogno di testa…


The Merchant of Venice

02/06/2009

«Shakespeare era un populista, uno scrittore commerciale (…). Era un grande artigiano che scrisse storie brillanti che piacevano a ogni tipo di pubblico. Il che rimane vero anche oggi». Così Edward Hall, in un’intervista di sei anni fa, spiega le ragioni della sua devozione al canone shakespeariano, un lavoro registico iniziato a metà degli anni Novanta presso il Watermill Theatre di Newbury e che sembra essere ben lungi dal dirsi concluso. Inclinazione depositata nel suo codice genetico, e coltivata alla scuola di un illustre genitore, sir Peter Hall, il suo approccio a Shakespeare è talmente semplice da essere non solo coinvolgente, ma anche molto convincente. Il che spiega perché mi sia tanto entusiasmata per Il Mercante di Venezia, di recente transitato come una meteora dal Piccolo Teatro di Milano insieme al Sogno di una notte di mezza estate. Qualcuno, ho letto, afferma di quest’ultimo che un sogno così non ritornerà mai più, e poiché, avendo visto il primo, temo che ciò sia vero, ancora di più mi rammarico per essermelo perso. E’ una fortuna, tuttavia, che siano sempre in movimento, i Propeller, che con questo “ensemble-elica” fanno volare in alto la poetica del bardo, intercettandone le frequenze originali nel cuore del contemporaneo (il calendario delle loro prossime apparizioni è facilmente monitorabile). Con gli attori di questa compagnia-cooperativa, continua Hall, «impieghiamo le nostre moderne esperienze senza snaturare la fonte originaria». E, come in epoca elisabettiana, in scena ci sono solo uomini, «perché è così che i drammi di Shakespeare venivano scritti», per una compagnia di soli attori che definivano i loro personaggi direttamente sulla scena. «Le nostre produzioni, precisa il regista, nascono dalla fusione di estetica tradizionale e contemporanea», o, come diremmo noi, di ragioni popolari (nel senso dei grounds che Amleto ricerca e condivide con il suo pubblico, i groundlings), ed estetica contemporanea, la quale tuttavia non si impone mai per definire, ma viene piuttosto definita dal lavoro sul corpo, in particolare attraverso la voce. Il rigoroso approccio semantico sembra premettere una “fisica del moderno” da intendersi come pratica del corpo, la cui vita informa la poetica del testo. «Noi recitiamo i drammi nel modo in cui Shakespeare lo avrebbe fatto, con un richiamo populista e impiegando riferimenti culturali per noi comprensibili attualmente». Come si può leggere sul sito, la Company of Men si ispira ad alcuni media che coinvolgono direttamente l’immaginario dello spettatore: il lavoro sulla maschera, il cinema d’animazione, i film, classici e moderni, la musica di ogni epoca. Come quando Nerissa (che è già un lui, peraltro lombrosiano nei tratti e nel fisico, ma assolutamente donna in una guepière che sembra confezionata per un Rocky Horror Picture Show pensato nella chiave di un “teatro povero”) entra in scena trasvestito da notaio ed è travolgente per la somiglianza con il contabile degli Intoccabili. Ed eccomi al motivo per cui mi è tanto piaciuto incontrare l’esperienza dei Propeller. Edward Hall mi conferma un’intuizione che da qualche tempo vado coltivando, cioé a dire l’ipotesi che non solo i drammi di Shakespeare diano di che pensare (che cos’è la pietà?, per esempio, come in questo caso), ma che frequentare Shakespeare – in particolare dalle tavole del palcoscenico, e non solo attraverso la lettura, è qualcosa di molto simile ad un esercizio di pratica filosofica. Il che non è ancora abbastanza: tale mi appare in primo luogo per un istinto autorale che è più di un’intenzione. Le storie shakespeariane sono storie per il popolo inventate da un uomo del popolo, un attore. E i suoi personaggi sono icone morali, di una morale che è un’etica nel più profondo significato di una trasformazione di sé: amare come Rosalinda, praticare lo stoico scetticismo di Amleto, combattere come Enrico V, sono gesti dell’anima che si insediano nella memoria dello spettatore come modelli cui tendere e che, nel tentativo di essere riprodotti fuori scena, creano il nostro modo di essere nel mondo. Si potrebbe obiettare che questo vale per ogni opera teatrale, se non fosse che il genio di Shakespeare è giunto a un questionamento radicale sulle cose del mondo, cogliendo la vera natura di tutte le agitazioni dello spirito che nel Seicento animeranno il “teatro delle passioni” di Descartes e di Spinoza. In anticipo di una generazione, Shakespeare è un profeta in senso spinoziano, trasduttore di conoscenza naturale per il tramite dell’immaginazione, i cui effetti e prodotti egli in quanto uomo, e in particolare uomo di teatro, è capace di restituire con un linguaggio comprensibile a ogni tipo di pubblico. Se i porta-parola veterotestamentari traducevano la vera natura delle cose in immagini ed eventi miracolosi, Shakespeare la mette in scena, rende pubblica la verità. Che cosa mi è piaciuto di questo Mercante? Tutto. L’ambientazione, un carcere di nome Venezia. Sì, forse è vero che la jailhouse da musical si rivela nel corso della rappresentazione come un utile stratagemma scenico, ma ripensando lo spettacolo, soprattutto la seconda parte (dopo un intervallo inopportuno), non smettono di risuonarmi nella mente quei molteplici bond che nel testo non fanno che ripetersi: non sono solo le obbligazioni, sono gli obblighi nel senso di legami. L’anello che Bassanio promette a Porzia di non perdere sembra ingigantito in una “gabbia di gabbie”, di cui alcune mobili; e che cambiano ad ogni scena a seconda del tipo di relazione, per dare notizia della tensione fra giustizia e benevolenza, il cui equilibrio cristico è condizione tragicamente difficile da raggiungere.