La polvere d’oro

03/09/2009

È il verde il colore che ho scelto per scrivere il Diario intensivo. Oggi ho dovuto ricaricare la Parker Sonnet, la stilografica che mi ha accompagnato nelle giornate al centro Anuttara di Caprino Bergamasco. Sono trascorse tre settimane dal seminario. È il momento giusto per fare il punto sui primi risultati.
Mi ricordo innanzitutto che, a soli due giorni dall’inizio del percorso, sono andato a rileggere il primo scritto che fotografava la mia situazione e subito mi sono sorpreso del fatto che alcune affermazioni risultavano già vecchie, quasi fosse passato un periodo lungo, invece delle due giornate effettivamente volate in un batter d’occhio.
Il Diario aveva già exitato il suo effetto. Senza clamori, ma con un’intensità inaudita il tempo dedicato alla scrittura cogitante aveva attivato due cambiamenti potenti nella mia vita stimolando due scelte importanti.
La prima, apparentemente meno contingente, ma comunque molto significativa, riguardava la persona che mi ha generato, mia madre, con la quale il rapporto d’amore è risultato sempre piuttosto complicato, per lo più poco intenso e, sicuramente da parte mia, poco approfondito e molto diradato nel tempo a piccole dosi.
La scelta spiazzante di provare ad amare mia madre a partire dalla ricostruzione della sua storia personale, dal ricordo della sua infanzia e adolescenza è stata per me un’illuminazione e una scoperta di un punto di vista che non avevo mai considerato. Ciò significherà per me non solo conoscere meglio lei, per comprenderla e apprezzarla, ma mi aiuterà a ricostruire anche un po’ della mia infanzia, a me poco nota.
Tornato a casa, per non lasciare nel vago e nell’etereo questa intuizione, ho proposto subito all’Alba, così si chiama mia mamma, di registrare i suoi racconti, le sue emozioni di quel tratto di vita finora poco esplorato. L’espressione del suo viso mi ha fatto intendere subito non solo che aveva accettato, ma che in qualche modo ne era contenta. Grazie Diario!
In effetti quel seminario l’ho fortemente voluto e aspettato. Desideravo fare quel percorso guidato perché ne sentivo profondamente il bisogno.
Nel mese di maggio, in realtà, avevo già iniziato da solo a leggere e seguire passo dopo passo le indicazioni del libro italiano di Ira Progoff e già gli esercizi che avevo svolto mi furono molto utili. Tuttavia sentivo l’esigenza di avere una guida e allo stesso tempo mi sarebbe piaciuto vivere un esperienza di piccolo gruppo per condividere anche storie ed emozioni diverse.
E l’universo ha tramato affinché questo sogno si avverasse. Ho cercato e immediatamente ho trovato un aggancio che si è tradotto in una persona che ora è diventata un’amica: Paola Grassi, specializzata sul metodo Progoff, ma con un taglio filosofico, è stata una bella scoperta.
La seconda scelta importante, avvenuta grazie al tempo concessomi durante i giorni del Diario, mi riservo di non esplicitarla pubblicamente, come del resto la pratica di Progoff consente. Si tratta di una scelta esiziale che coinvolge tutto me stesso, il presente, il futuro, una decisione che ha portato chiarezza e che necessariamente ha aperto nuove vie e richiesto la rinuncia ad altre opportunità: in poche parole quello che la vita offre ogni giorno in piccolo o in grande.
È bello sapere che, durante le giornate in cui si esplora la propria vita sia possibile scrivere senza essere obbligati a leggere al gruppo le proprie composizioni, o sia possibile parlare, ma anche tacere, ascoltare e non ascoltare, potendo godere la solitudine dello stare insieme, una sensazione unica e preziosa dove l’essere in un piccolo gruppo significa allo stesso tempo sentirsi protetti e provare a rischiare così come è possibile attingere dall’energia degli altri o donare la propria, scegliendo ogni volta l’esposizione di sé che ciascuno ritiene più adeguata in quel momento.
È stato bello che il clima del Diario abbia lasciato spazio a diversi tipi di silenzio: da quello della serie “non vola una mosca”, che consente di svuotarsi dei pensieri inutili, a quello più sonoro che accoglie le voci della natura, al silenzio esplorativo che rischia di illuminare un tratto della via al silenzio che, attivato profondamente, ti facilita l’ascolto della voce più importante per te in quell’istante della tua esistenza.
Dal centro Anuttara di Caprino bergamasco mi porto a casa anche delle chicche, direi delle perle che mi ispireranno nel prossimo futuro.
Oltre all’opportunità di essere soli quando si è insieme, dove la solitudine diventa una scelta, mi è piaciuta l’idea che esistono e hanno il diritto di esistere dei “fantasmi buoni”, i quali, in un primo momento ci possono anche spaventare, ma in realtà col tempo comprendiamo quanto ci possono essere utili ed effettivamente possono aiutarci.
Mi porto a casa i colori che suddividono le parti del diario, quasi a ricordare a ciascuno di noi il saper riconoscere e apprezzare l’arcobaleno delle persone, degli eventi, la bellezza dell’arcobaleno della vita con l’invito implicito a buttare definitivamente le lenti a contatto grigie, che ci eravamo scordati di indossare pensando fossero i nostri occhi naturali.
Mi porto a casa un possibile nuovo lavoro affascinante: l’ascoltatore di storie, quello che dopo averle ascoltate sa cogliere nelle narrazioni aspetti peculiari, sa scoprire i talenti dei raccontatori e  sa mostrare a loro il giacimento sconosciuto da cui attingere per cambiare la propria vita dando spazio alle loro passioni più belle.
Poi mi porto a casa l’immagine straordinaria della “polvere d’oro” descritta da Patrizia, una visione magica di situazioni che possono capitare o meglio, possiamo far capitare quando lo desideriamo e quando siamo veramente liberi di vedere il magico che siamo noi, che sta in noi e che ci circonda.
La “polvere d’oro” non si può vedere sempre, si vede nelle occasioni propizie quasi sia il frutto di coincidenze imprevedibili, ma non casuali.
Quando è forte il desiderio, quando determinata è la volontà, smisurata è la fiducia in se stessi e nell’universo è possibile che “la polvere d’oro” si manifesti. Avviene il miracolo che ci fa sentire co-creatori dell’universo e non semplici sudditi.
Mi porto a casa infine qualche cosa di molto intimo, i visi e le emozioni, le storie raccontate e non raccontate di tutti i partecipanti, di tutti noi che abbiamo diariato insieme. La presenza arguta di Giovanna, la potenza latente di Maddalena, il coraggio di Sara e la libertà di Patrizia. Tutte vi ringrazio dicendo a Paola “complimenti” per la sua conduzione leggera e profonda che ha facilitato l’errare delle nostre narrazioni.

Alberto Terzi


La festa del teatro

09/06/2009

Note a margine Atelier teatrale

Entro senza sapere ciò che accadrà. Le parole che definiscono questo laboratorio sono: teatro, psicoanalisi, anni Settanta, interpretazione. Una costellazione di senso di cui diffido, ma alla quale mi affido poiché intravedo un anello di congiunzione: improvvisare, sperimentare, scoprire, sono tutti gesti che mi riportano al modo dell’esplorare che tanto vivamente mi appartiene. Ci sono tante ragioni per le quali sono qui: per la nostalgia del teatro raccontato, per curiosità, ma alla fine quella che prevale è che sono qui per vedere che cosa succede se lascio la parola al corpo, se taglio via la testa… René Aubry contribuisce al senso di familiarità. E io mi risveglio con lo sguardo, che coglie un punto immaginario lungo l’orizzonte, con i piedi, che raccolgono la sabbia, con il bacino, il torace, le spalle, le scapole, la testa, – avanti, indietro, di lato, e poi le braccia, le gambe, le ginocchia e infine mi pulisco e sono ripulita, come tra orsetti lavatori. Camminando cambio direzione, zig zag, per riempire tutto lo spazio, tutti insieme, come una zattera che non deve rovesciarsi (c’è una Tempesta!). Senza neanche rendercene conto siamo diventati la banda Bassotti: andando si è trasformata l’andatura. Così lavora la fenomenologia, anche a teatro, attraversando lo spazio. Siamo dentro un Carnevale che ha un altro Re, che forse è un pò tiranno e che mi ricorda Prospero. La regola è quella del contagio, la contaminazione tra reale e immaginario, il mio e quello degli altri, ed è così che con le domande e con i sogni faccio la conoscenza di Otto, il mio personaggio, il padre di due figlie che abitano il mio corpo. Esco da un sipario nero trovato per caso, prima la gamba sinistra poi la destra. Cade il sipario, mi guardo attorno e colgo quel punto lungo l’orizzonte, sento la polverina magica adagiarsi sulle mie spalle. Le tocco, con sorpresa cominciano a muoversi, e io raccolgo il movimento, lo porto a terra ed entro in uno dei due occhi di questo otto sdraiato, il simbolo dell’infinito. Le due sorelle si riconoscono allo specchio e la mano si apre per la meraviglia. Con un abbraccio il cerchio si chiude. C’è ancora bisogno di testa…


The Merchant of Venice

02/06/2009

«Shakespeare era un populista, uno scrittore commerciale (…). Era un grande artigiano che scrisse storie brillanti che piacevano a ogni tipo di pubblico. Il che rimane vero anche oggi». Così Edward Hall, in un’intervista di sei anni fa, spiega le ragioni della sua devozione al canone shakespeariano, un lavoro registico iniziato a metà degli anni Novanta presso il Watermill Theatre di Newbury e che sembra essere ben lungi dal dirsi concluso. Inclinazione depositata nel suo codice genetico, e coltivata alla scuola di un illustre genitore, sir Peter Hall, il suo approccio a Shakespeare è talmente semplice da essere non solo coinvolgente, ma anche molto convincente. Il che spiega perché mi sia tanto entusiasmata per Il Mercante di Venezia, di recente transitato come una meteora dal Piccolo Teatro di Milano insieme al Sogno di una notte di mezza estate. Qualcuno, ho letto, afferma di quest’ultimo che un sogno così non ritornerà mai più, e poiché, avendo visto il primo, temo che ciò sia vero, ancora di più mi rammarico per essermelo perso. E’ una fortuna, tuttavia, che siano sempre in movimento, i Propeller, che con questo “ensemble-elica” fanno volare in alto la poetica del bardo, intercettandone le frequenze originali nel cuore del contemporaneo (il calendario delle loro prossime apparizioni è facilmente monitorabile). Con gli attori di questa compagnia-cooperativa, continua Hall, «impieghiamo le nostre moderne esperienze senza snaturare la fonte originaria». E, come in epoca elisabettiana, in scena ci sono solo uomini, «perché è così che i drammi di Shakespeare venivano scritti», per una compagnia di soli attori che definivano i loro personaggi direttamente sulla scena. «Le nostre produzioni, precisa il regista, nascono dalla fusione di estetica tradizionale e contemporanea», o, come diremmo noi, di ragioni popolari (nel senso dei grounds che Amleto ricerca e condivide con il suo pubblico, i groundlings), ed estetica contemporanea, la quale tuttavia non si impone mai per definire, ma viene piuttosto definita dal lavoro sul corpo, in particolare attraverso la voce. Il rigoroso approccio semantico sembra premettere una “fisica del moderno” da intendersi come pratica del corpo, la cui vita informa la poetica del testo. «Noi recitiamo i drammi nel modo in cui Shakespeare lo avrebbe fatto, con un richiamo populista e impiegando riferimenti culturali per noi comprensibili attualmente». Come si può leggere sul sito, la Company of Men si ispira ad alcuni media che coinvolgono direttamente l’immaginario dello spettatore: il lavoro sulla maschera, il cinema d’animazione, i film, classici e moderni, la musica di ogni epoca. Come quando Nerissa (che è già un lui, peraltro lombrosiano nei tratti e nel fisico, ma assolutamente donna in una guepière che sembra confezionata per un Rocky Horror Picture Show pensato nella chiave di un “teatro povero”) entra in scena trasvestito da notaio ed è travolgente per la somiglianza con il contabile degli Intoccabili. Ed eccomi al motivo per cui mi è tanto piaciuto incontrare l’esperienza dei Propeller. Edward Hall mi conferma un’intuizione che da qualche tempo vado coltivando, cioé a dire l’ipotesi che non solo i drammi di Shakespeare diano di che pensare (che cos’è la pietà?, per esempio, come in questo caso), ma che frequentare Shakespeare – in particolare dalle tavole del palcoscenico, e non solo attraverso la lettura, è qualcosa di molto simile ad un esercizio di pratica filosofica. Il che non è ancora abbastanza: tale mi appare in primo luogo per un istinto autorale che è più di un’intenzione. Le storie shakespeariane sono storie per il popolo inventate da un uomo del popolo, un attore. E i suoi personaggi sono icone morali, di una morale che è un’etica nel più profondo significato di una trasformazione di sé: amare come Rosalinda, praticare lo stoico scetticismo di Amleto, combattere come Enrico V, sono gesti dell’anima che si insediano nella memoria dello spettatore come modelli cui tendere e che, nel tentativo di essere riprodotti fuori scena, creano il nostro modo di essere nel mondo. Si potrebbe obiettare che questo vale per ogni opera teatrale, se non fosse che il genio di Shakespeare è giunto a un questionamento radicale sulle cose del mondo, cogliendo la vera natura di tutte le agitazioni dello spirito che nel Seicento animeranno il “teatro delle passioni” di Descartes e di Spinoza. In anticipo di una generazione, Shakespeare è un profeta in senso spinoziano, trasduttore di conoscenza naturale per il tramite dell’immaginazione, i cui effetti e prodotti egli in quanto uomo, e in particolare uomo di teatro, è capace di restituire con un linguaggio comprensibile a ogni tipo di pubblico. Se i porta-parola veterotestamentari traducevano la vera natura delle cose in immagini ed eventi miracolosi, Shakespeare la mette in scena, rende pubblica la verità. Che cosa mi è piaciuto di questo Mercante? Tutto. L’ambientazione, un carcere di nome Venezia. Sì, forse è vero che la jailhouse da musical si rivela nel corso della rappresentazione come un utile stratagemma scenico, ma ripensando lo spettacolo, soprattutto la seconda parte (dopo un intervallo inopportuno), non smettono di risuonarmi nella mente quei molteplici bond che nel testo non fanno che ripetersi: non sono solo le obbligazioni, sono gli obblighi nel senso di legami. L’anello che Bassanio promette a Porzia di non perdere sembra ingigantito in una “gabbia di gabbie”, di cui alcune mobili; e che cambiano ad ogni scena a seconda del tipo di relazione, per dare notizia della tensione fra giustizia e benevolenza, il cui equilibrio cristico è condizione tragicamente difficile da raggiungere.